Primavera Missionaria News. Dal 1953 la voce di San Gaspare nel mondo

Un illustre cittadino di Spoleto e la città che lo plasmò

di Michele Colagiovanni

Ho definito il Merlini «sommo confratello» perché lo stesso Gaspare del Bufalo – che lo conquistò alla vocazione missionaria quando era già sacerdote secolare – soleva dire di lui, giocando sul cognome che deriva da un volatile: «Il Merlo vola alto!». In tal modo giudicava lo spoletino il migliore acquisto fra tutti coloro che aveva ottenuto fin allora. Quando si esprimeva a quel modo su don Giovanni Merlini, Gaspare contraddiceva i trattati ornitologici, secondo i quali il merlo vola basso. Si alimenta piuttosto di ciò che trova terra terra. Dunque svolazza, ruspando il terreno del sottobosco. Eppure nel sentenziare a quel modo, il del Bufalo non si accontentava delle parole. Aggiungeva i gesti. Levava in alto lo sguardo, come chi vuole sondare le profondità del cielo, fino a forzare la piega del collo all’indietro, quasi stesse seguendo l’ascensione del discepolo in quel momento. Esasperava, quindi, lo svarione scientifico; ma al tempo stesso confermava l’opinione secondo la quale il giovane spoletino era il vero campione del suo piccolo esercito 

A fugare ogni dubbio aggiungeva talvolta: «Già non gli basta più di venirci appresso, ci sorpassa!». E lasciava cadere le braccia come chi ritiene di non poter salire così in alto. L’esperienza della mia storia personale e lo studio che ho fatto precedere alle non poche biografie (non solo di santi) che ho scritto e pubblicato, mi hanno convinto che a plasmare la personalità degli individui ha forte incidenza ciò che osserva attorno a sé, a cominciare da quando apre gli occhi. La casa dei Merlini era più che decorosa e in miglioramento, perché l’area veniva ristrutturata. Sotto ogni aspetto, soddisfaceva chi vi abitava e chi vi transitava. L’Umbria godeva di buona fama e Spoleto era tra le città che contribuivano a tenere alte le quotazioni dell’intera regione, anche in campo religioso. La vicinanza di Assisi, poi, copriva il tutto con un piviale di gran pregio e pareva che la religiosità si respirasse con l’aria.  

Giovanni Merlini nacque a Spoleto il 28 agosto 1795, accolto con festa grande dal suo babbo, Luigi e da sua madre, Antonia Claudia Arcangeli, al suo terzo parto. La gioia fu straordinaria, perché l’ansia del genitore era nota a tutta la città. Luigi voleva l’erede e bramava che si facesse onore per fama e quattrini, in modo da nobilitare il casato. I Merlini avevano risalito la penisola parecchi anni innanzi, varcando lo stretto di Messina, con soste più o meno lunghe durante la peregrinazione interminabile verso il nord. A sentir Luigi, erano stati nobili, con tanto di blasone. Suo padre, però, capostipite del ceppo spoletano, proveniva da Roma, nel senso che vi aveva sostato alquanto e sposato Caterina Marzi di Viterbo. Aveva avuto più figli, dei quali si conoscono Andrea, nato nel 1761, Luigi, nato nel 1763 e Giovanni senior nel 1766. A Spoleto era avvenuta la sosta ritenuta definitiva. Spoleto era un passaggio obbligato e aveva il suo fascino, come in genere l’Umbria. Palazzi e strade decorose, chiese belle e una cattedrale magnifica che faceva da fondale a una piazza in pendenza come la platea delle sale da spettacolo, per impedire che gli spettatori delle file anteriori impedissero la vista della scena a quelli delle poltrone posteriori. Naturalmente nella piazza non c’erano poltrone e file, ma proprio per questo sembrava reclamarle, così deserta. 

È probabile che i nuovi immigrati Merlini sapessero confezionare un prodotto molto ricercato a Spoleto: i dolci. Luigi doveva essere depositario di raffinatissime ricette e la signora Antonia Claudia Arcangeli una esecutrice assai scrupolosa, attentissima alle dosi, perché i sapori fossero quelli e non diversi. In breve tempo gli affari prosperarono e la casa di conseguenza si ingrandì e abbellì di novità. Luigi e Antonia erano entrambi religiosissimi; però la fede dell’uomo impressionava di più, perché di quel livello risultava rara nei maschi. Si raccontavano episodi eroici, di lui, nel campo devozionale. Come quella volta che corsero in chiesa a dirgli che in casa era scoppiato un incendio, propagatosi dal forno: il polmone del benessere familiare. Aveva appena fatto la comunione Luigi e stava tornando dalla balaustrata al suo scanno per il ringraziamento. Invece di scappare verso casa, come avrebbe fatto chiunque – certamente senza incorrere nel biasimato popolare –, si inginocchiò al primo banco libero, stette alquanto in raccoglimento con la testa appoggiata sulle mani aggrappate al davanzale del banco e poi, con passo svelto, si recò a verificare l’incidente. Solo fuori dalla chiesa cominciò a correre. L’incendio era stato già domato e i danni non potevano dirsi eccessivi. La pausa di Luigi nessuno la dimenticò.  

Il padre di Giovanni era priore della confraternita della Santa Croce e faceva onore al ruolo, riottenendone un credito ingigantito. Con tutti i suoi limiti era un vero cristiano e cattolico esemplare. Il profumo della panificazione e del confezionamento dei dolci fu l’atmosfera che regnò sempre in casa Merlini. Si spandeva in tutta la casa e vi restava ventiquattro ore al giorno, conquistando anche le case dei vicini. Pareva l’odore del soprannaturale, frutto del rispetto meticoloso delle ricette che erano tradizioni fissate sulle carte, come quelle religiose dei comandamenti e delle novene. Il rispetto delle dosi era di un rigore su cui non era permesso transigere. Le proporzioni erano frutto di esperienze centenarie, affinate di generazione in generazione. Ogni fase della lavorazione e della cottura contribuiva all’eccellenza del risultato. Giovanni, un giorno, sorprese il padre chiedendo di poter allestire in casa una cappella. Dopo un primo momento di sconcerto Luigi rifletté che la cappella domestica era in molti palazzi nobiliari. Costituiva un segno di distinzione e di appartenenza: attaccamento ai valori dello Stato pontificio. Acconsentì e Giovanni si rivelò abilissimo nella trasformazione di un locale insignificante in devoto luogo di preghiera. Tutti quelli che la videro sentenziarono che sarebbe stato un buon architetto, se avesse imboccato quella strada. Però il giorno in cui l’ipotetico architetto confidò al padre di volersi fare sacerdote, Luigi sembrò diventare un altro. Oppose un rifiuto che neanche il peggior mangiapreti avrebbe formulato così avverso. – Ma sei impazzito? Giovanni imboccò un percorso oscuro e inspiegabile; non perché non ne conoscesse il motivo, ma per la ragione opposta: l’ambizione del babbo di diventare nobile! Si domandava: «Che cosa c’è di più nobile del farsi santi, di imitare Gesù, di continuare la missione di lui, tutta dedicata agli altri?». La soluzione che gli balenò nella mente fu pregare. Chiese al Signore che papà e mamma avessero un altro figlio maschio. E avvenne. Fu chiamato Pietro. Per qualche mese il babbo tenne ferma la sua opposizione al progetto di Giovanni. Quando si persuase che Pietro cresceva robusto cominciò a mollare e alla fine diede il consenso.  

Giovanni, fin da ragazzo, anelò alla perfezione e non vi sono dubbi che ciò fosse il riflesso della vita in famiglia e nella città nella quale gli era toccato venire al mondo. L’ordine meticoloso non era visto, da lui, come una limitazione della libertà personale, ma rimozione degli intoppi provocati dagli imprevisti del disordine. È bello quando in una casa cerchi gli oggetti e li potresti prendere a occhi chiusi allungando una mano. La nettezza della città non era che il prolungamento omogeneo della abitazione domestica; l’intera popolazione non era, per lui – e non dovrebbe essere per nessuno –, altro che l’estensione della propria famiglia. Giovanni non derogò mai dal suo coinvolgimento sociale, o per meglio dire, comunitario. Nella carriera scolastica rimase celebre un episodio che fu tramandato e fa il paio con quello rimasto famoso, di suo padre, quando non fuggì verso casa dopo aver ricevuto l’eucaristia e la notizia che a casa andava tutto a fuoco.  

Riuscì a ragionare che prima doveva dire qualcosa all’ospite che aveva appena accolto. Nella classe di Giovanni, in seminario (che frequentò da esterno) durante l’assenza momentanea dell’insegnante era scoppiata una baruffa. Volavano libri come proiettili da un banco all’altro. Un volume invece di colpire il bersaglio umano, andò a infrangere il vetro di una finestra. Al ritorno l’insegnante volle sapere chi avesse procurato il danno. Tutti tacquero, finché uno – sfrontatamente – puntando il braccio e l’indice verso Giovanni Merlini disse: – È stato lui! Degli altri alcuni fecero cenno di consenso, mentre la maggioranza restava perplessa e perfino sconcertata per l’accusa assolutamente infondata. – Sei stato tu? – chiese incredulo l’insegnante. E poiché il presunto colpevole taceva, l’insegnante rafforzò la domanda: – Merlini, sei stato davvero tu? – Alcuni dicono che sono stato io… – rispose Giovanni, senza scomporsi, con il tono di chi è disposto a ammettere che non aveva torto del tutto chi lo accusava. Che cosa aveva fatto perché non accadesse il parapiglia, in assenza dell’insegnante? Ecco che cosa intendeva dire e da quel giorno raddoppiò l’impegno a saper cogliere le occasioni di bene. Con il forte lavorio su se stesso, don Giovanni Merlini raggiunse un così alto grado di perfezione da indurre qualcuno (come il suo successore nella direzione generale, don Enrico Rizzoli) a sostenere che difficilmente vi siano state o vi possano essere persone di così alto grado di unione con Dio come il nostro sommo. 

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