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Un Missionario di speranza e di pace

di Marco Lambertucci

L’intervista all’Arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice in ricordo di fratel Biagio Conte

Eccellenza Rev.ma, Lei ha conosciuto personalmente, nel corso del Suo ministero, Biagio Conte. Quali sono stati, a Suo avviso, gli aspetti caratteriali, ma soprattutto caratterizzanti della figura di fratel Biagio, quegli aspetti che lo hanno fatto amare non solo dai palermitani?

Credo che, per alcuni aspetti, c’è una specularità con la figura di Francesco d’Assisi. Fratel Biagio era amante del bello, dell’arte, figlio della sua epoca, un’epoca in cui a Palermo c’è anche un boom economico. I genitori hanno un’azienda di imprenditoria edile, ma lui custodisce anche una coscienza capace di farsi interpellare rispetto a quello che potrebbe essere il senso ultimo e vero di una esistenza. Per cui è da lì, da questo travaglio interiore, che parte il suo cammino. Un cammino segnato anche progressivamente da una scelta di fede o, meglio ancora, da una ritrovata consapevolezza rispetto alla fede. Tant’è che questo travaglio lo porta ad allontanarsi da casa, a vivere per quasi un anno da pastore in un’altra zona della Sicilia, scegliendo di donarsi per i più poveri. Comincia così la sua vicenda di apostolo dei più fragili e, contemporaneamente, riceve anche l’approvazione del Vescovo di allora, il cardinale Pappalardo. Comincia così la sua opera, alla stazione, con poche persone e poi progressivamente questa scelta lo porterà anche ad una sua consacrazione che intanto vive in una dimensione personale, cercando anche, successivamente, il riconoscimento della Chiesa stessa. Fratel Biagio aveva un carattere capace di fuoriuscire da sé e di non auto-centrarsi e, nell’illuminazione del Vangelo, perché per questo lui ha consacrato la sua vita, decide di essere un missionario di speranza e di pace, un missionario che fa sue anche le ferite ed i bisogni dei più fragili, i prediletti del Signore. Ecco perché, da questo punto di vista, notiamo realmente questa specularità con il figlio di Pietro, che nasce ad Assisi e che sceglie di essere, in tutto e per tutto, figlio dell’unico Padre Celeste, riconoscendo negli altri dei fratelli. Infatti, la parola sulle labbra di Biagio Conte era sempre “fratello, sorella”. Questo chiaramente ha sempre di più conquistato la stima di tutti perché una testimonianza di vita così radicale dalla parte dei più poveri, ricorda a tutti, anche alle Istituzioni, che bisogna ritrovare lo sguardo dal basso se vogliamo una città giusta e nella pace. Non dimentichiamo che lui vive, tra l’altro, a Palermo, cominciando anche questo suo travaglio tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, quando sappiamo cosa accadde nel capoluogo siciliano. Da qui poi la sua testimonianza ha catturato sempre più il cuore di tanti.

Citando san Francesco d’Assisi, c’è un elemento che Lei ha voluto sottolineare durante l’Omelia pronunziata in occasione dei funerali di Biagio Conte. Lei ha detto: «Siamo qui oggi a celebrare l’Eucaristia per un uomo che ha fatto della preghiera fiduciosa nel suo Dio la bussola, l’asse portante, la stella polare della sua esistenza». Quanto la preghiera ha aiutato fratel Biagio nella costruzione dei segni che ha lasciato a Palermo ma poi anche nella costituzione di un percorso per tutti?

C’è un’altra specularità con un altro palermitano, don Pino Puglisi. Non si capirebbe realmente la figura di fratel Biagio senza avere la capacità di mettere a fuoco quel travaglio che lo ha portato ad essere un amico di Dio, in un continuo dialogo con Lui. Per Biagio la fede cristiana non era solo quello che potremmo definire un’adesione ad una dottrina. La fede di Biagio era una relazione con una Persona che lui incontrava nel dialogo orante e nell’ascolto della Parola. Colpisce il fatto che tutta la sua sensibilità rispetto ai più fragili della città e rispetto ad alcuni temi sociali − non dimentichiamo tutte le volte che lui ha cominciato dei digiuni, anche quando ha visto che la città umana viveva delle contraddizioni di ingiustizie e di emarginazione − tutto questo nasce da un uomo che contempla e conosce progressivamente i sentimenti di Dio, fino ad esserne performato. Non dimentichiamo ancora che ha avuto sempre bisogno di ritirarsi in luoghi di silenzio, in tempi prolungati di preghiera, specialmente negli ultimi due anni, ha voluto essere realmente pellegrino e anacoreta.

La testimonianza di fratel Biagio cosa ha cambiato nel cuore dei palermitani? Lei certamente ricorderà la sera della veglia di preghiera, prima dei funerali, in Cattedrale qualcuno srotolò uno striscione con la scritta “Santo subito!”. Lei quasi ammonì e aggiunse: «Questo poi lo vedremo. Intanto, santi voi». Questo è forse l’insegnamento di Biagio Conte.

Lui ha segnato le nostre coscienze di cristiani e discepoli del Signore perché è chiaro che è una figura che attira non poco! Questa radicalità di vita, questa sua capacità anche di sguardo che attraversava, arrivava diretto al cuore. Chi lo incontrava, capiva che si trovata dinnanzi un uomo di Dio. Potrebbe essere per alcuni aspetti fuorviante, noi che abbiamo bisogno, a volte, di vedere cose eclatanti. Ecco perché quell’affermazione è vera e non dimentichiamo che, il popolo santo di Dio, ha il profumo della santità. Direi che noi sappiamo, anche in questo, che dobbiamo farci ammaestrare dalla Chiesa, che ha un tempo di discernimento per riconoscere pubblicamente la santità di una persona, ma io ho voluto sottolineare “santi subito, noi” perché credo che questo sia il messaggio di Biagio. Egli ha riscoperto la valenza battesimale che ogni cristiano dovrebbe ritrovare, ha scoperto che cosa è la fede che noi riceviamo nella rinascita battesimale. Ogni battezzato, potenzialmente, è un fratel Biagio Conte, perché la radicalità di vita, la scelta della sobrietà, della povertà e della condivisione non sono solo per alcuni, assolutamente no! Questa è la vocazione cristiana, perché il battesimo, l’iniziazione cristiana, ci fa rinascere in Cristo e quindi ci conforma a Lui. Questo esempio, ad un anno dalla morte, deve continuare a spronarci e a vivere, per chi è cristiano, con una radicalità di vita cristiana e, per chi non lo fosse, Biagio era amante di tutte le religioni e dei popoli, uomo del dialogo, che però ricordava a tutti che comunque il volto di Dio non può non farci riconoscere nell’altro un fratello o una sorella, a maggior ragione se porta i segni della disumanità e marginalità di altri uomini e donne. Anche in questo il messaggio di Biagio va oltre gli stessi confini della Chiesa.

Il messaggio di Biagio Conte, la sua testimonianza ed il suo servizio, quanto sono importanti in termini di riferimento cui attingere in questa fase del cammino sinodale della Chiesa?

Innanzitutto egli ha continuato il mistero dell’incarnazione, la Kenosi, nella condizione massima, assumendo l’altro nella sua totale alterità e direi che questo è il primo principio della sinodalità. Il poter riconosce l’altro, raggiungerlo, sentirlo, fare suo quello che porta nel cuore. Questo è il movimento cristologico, nel raggiungere l’altro nella sua totale diversità e poi l’altro elemento è che, sinodalità, è sinonimo di una Chiesa che ascolta il suo Signore. Non si può ascoltare gli altri, non si può valorizzare quello che è il senso della fede di tutto il popolo di Dio, addirittura non ci si può mettere in ascolto del mondo e della storia se, prima di tutto, non si è in ascolto di Dio che parla anche attraverso la storia e nelle Scritture. Un altro elemento che si evidenzia, rispetto all’attualità dei cammini sinodali delle nostre Chiese e della Chiesa Universale, credo che sia una Chiesa fraterna ed una Chiesa missionaria. Una Chiesa che può annunciare con speranza, una Chiesa che può affermare, ancora una volta, che la casa comune deve essere capace di accogliere il dono messianico della pace, perché questa è la chiamata della famiglia umana: abitare la casa comune che è un giardino con al centro l’albero della vita e non un campo di battaglia dove gli uomini si fronteggiano con le armi.

Un’ultima domanda: ad un anno dalla nascita al cielo di fratel Biagio, quali sono i ricordi più significativi che custodisce nella memoria del cuore di questo uomo di Dio?

Dal primo giorno in cui sono sopraggiunto a Palermo, il nostro primo incontro è stato quello dello sguardo. Questo ci ha aiutato a riconoscere nell’altro il primato reale di Dio. Per non parlare dei ricordi che custodisco circa i nostri incontri, tutte le volte che lui decideva di fare il digiuno, alle poste, sotto il portico della Cattedrale, a piazzale Anita, a due passi dal luogo dell’uccisione di don Pino Puglisi. Ebbene, noi ci siamo scambiati la certezza che quello era il segno che bisognava porre. Alla stazione, quando sono arrivato la prima volta, andai a salutarlo, portando anche l’Eucaristia. Qualcuno vide la macchina del Vescovo arrivare ed immediatamente andò a dirglielo. Quando poi mi sono prostrato davanti a fratel Biagio, a causa della sua condizione di salute debilitante, lui candidamente mi disse: «ma sai che quando mi hanno detto che stavi arrivando, ho pensato: “e se ora il mio Vescovo mi dice che io da qui me ne devo andare, che cosa farò?”». Questo lo sottolineo perché Biagio aveva un senso della Chiesa, che oggi dovremmo riscoprire. Lui capiva che cosa era la Chiesa, il mistero di comunione. Fortunatamente, in quel momento, il Vescovo gli ha confermato di rimanere lì e di seguire quello che il suo cuore gli diceva. Questo è uno dei tanti ricordi che ho, come quell’ultimo incontro, il 6 gennaio 2023, prima della morte, dove andai da lui a celebrare l’Eucaristia. Lì, lo sguardo, il tatto, la carezza hanno comunicato che noi siamo destinatari della carezza di Dio.

 (Si ringrazia per la collaborazione il dott. Luigi Perollo, direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi di Palermo)

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