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Un si che ha generato speranza

Di Giacomo Manzo

Intervista esclusiva a don Vincenzo Boselli, Missionario del Preziosissimo Sangue e con suor Rosaria Gargiulo, asc, fondatore de Il villaggio della Speranza

Allora don Vincenzo, dal 2002 al 2022 sono 20 anni del Villaggio della Speranza, la prima domanda non può non essere questa: come è nata questa grande opera missionaria?
«Agli inizi degli anni 2000 ci fu l’esplosione dell’HIV in Tanzania e, non conoscendo ancora le terapie antiretrovirali, a mano a mano che la malattia si espandeva, produceva una paura generale e un alto tasso di mortalità. Il governo per coscientizzare la gente, in realtà la terrorizzava.
Per esempio faceva realizzare dei murales in cui le case erano tombe e i villaggi dei cimiteri. Poi c’erano cartelloni grandissimi di sei o sette metri in cui si vedevano cinque ragazzi o ragazze con la scritta: “uno di loro è malato di AIDS”, perché si pensava che il 20% della popolazione fosse infetto. La statistica era sbagliata perché veniva fatta sulle persone che si recavano in ospedale. Si era insomma creato un pesante clima di terrore e coloro che avevano contratto l’AIDS venivano praticamente scansati. Il grande problema si presentava con i bambini perché, quando morivano i genitori, nessuno li voleva. Perciò, questi ultimi, venivano segregati e nascosti, con la paura che potessero trasmettere la malattia. Ultimo fattore da non trascurare è la vergogna. Nessuno voleva far sapere che in quella famiglia c’erano delle persone con l’AIDS. Questi bambini venivano fatti scomparire, aspettando che morissero tra tante sofferenze ed emarginazioni: si piagavano tutti, si consumavano, ma la speranza era solo che morissero il più presto possibile.

Di fronte a questa situazione così negativa, come nasce la vostra risposta?
Davanti a questa situazione – in cui si diceva che erano più di 800 mila i bambini malati – insieme a suor Rosaria, ci siamo chiesti: “Ma cosa possiamo fare per questi bambini?”. Abbiamo cominciato con niente, solo con la speranza che, se l’opera fosse stata del Signore, sarebbe stato Lui a condurla. A questo ragionamento ci ha portato specialmente un piccolo poster che trovammo in cui c’era descritta una favoletta. Un bambino viveva vicino al mare e durante una notte c’era stata una grande tempesta che aveva portato sulla spiaggia migliaia e migliaia di stelle marine. Il bambino di mattina andando sulla spiaggia le vide e cominciò a prendere questi pesci e a uno a uno a riportarli nel mare. Dopo un po’ arrivò una persona più anziana e gli dice: “Ma che gioco stai facendo?”. E il bambino risponde: “Non sto giocando, sto facendo una cosa molto importante: sto salvando queste stelle marine”. E il vecchio ribatte: “Capirai che cosa cambia? Sono migliaia e migliaia di stelle marine e poi guarda quanti chilometri è lunga la spiaggia? Non cambia niente”. Il bambino si inchinò, prese una stella e disse: “Forse non cambia il destino degli altri, ma il destino di questa sì!”. E la ributtò in mare. La persona disse: “Caspita, è vero.
Forse se ti do una mano, ne salviamo un po’ di più”. E si misero così tutti e due a salvarle. Ecco questo ci aprì gli occhi e ci fece dire: “Il problema è grande, non possiamo salvare tutti, ma noi cominciamo. Se noi potessimo prendere questi bambini affetti da HIV, metterli dentro delle case-famiglia e trovargli una mamma ed un papà che vivono con loro, almeno potrebbero avere la speranza di sentirsi amati, morire in mani amorose”. Questa è stata la nostra prima idea: avere delle coppie che vivevano con questi bambini.
Questo lo condividemmo col Vescovo che ci incoraggiò e poi suor Rosaria scrisse anche una lettera a Papa Giovanni Paolo II. La Segreteria del Papa si informò e così poi ci mandarono degli aiuti per costruire la prima casa bifamiliare e anche per arredarla. Così il 17 agosto del 2002, a Dodoma, ha avuto inizio il Villaggio della Speranza con la prima famiglia e i primi tre bambini. Noi pensavamo che sarebbe finito tutto lì e invece il numero dei bambini aumentò velocemente e con essi anche quelli delle famiglie tanzaniane che si prestavano volontariamente. E questo fu un vero miracolo, perché non pensavamo fosse possibile l’apporto di così tante famiglie. La prima coppia tanzaniana erano due terziari francescani.

L’opera quindi andò crescendo continuamente, ma ancora non sapevate nulla delle cure della malattia?
Sì, noi addirittura chiedemmo al governo di darci un pezzo di terreno dentro il villaggio per poter seppellire questi bambini perché sapevamo che, prima o poi, sarebbero morti. Invece, proprio in quegli anni, ci venne a far visita alla fine del 2002 una dottoressa in servizio presso un ospedale bresciano e ci condivise l’esistenza di terapie antiretrovirali. Noi scoprimmo così per la prima volta che c’erano queste terapie che davano la possibilità di continuare a vivere. Ma queste cure nessuno le conosceva e forse il governo neanche informava su questo per paura che si abbassasse la prevenzione. Così dopo tanta ricerca scoprimmo che c’era una farmacia indiana a Dar es Salaam che vendeva queste medicine, ma per comprarle dovevamo avere l’approvazione da parte del governo. Così andammo a parlarci e siamo stati fortunatissimi perché trovammo un commissario che sosteneva la nostra missione e ci accordò il permesso di importare i vari farmaci, ma solo per i bambini del villaggio, con la clausola di non diffonderli a persone esterne. Il problema però era anche che non avevamo i soldi per comprarle. Ma la farmacia ci venne incontro e ci faceva avere le terapie confidando che poi avremmo trovato dei fondi per pagarle. E così è accaduto. La Provvidenza ci aiutò a trovare i fondi per le terapie antiretrovirali e andammo avanti fino al 2006, vivendo solamente della generosità dei benefattori, della cortesia e della fiducia di questa farmacia, che riceveva i pagamenti volta per volta.

A quel punto è iniziata una fase nuova e inaspettata del Villaggio?
Sì, pensa, che nelle fotografie dell’inaugurazione, al primo bambino abbiamo dovuto fargli un cappello, una specie di cuffia perché aveva tutto il pus che usciva dalla testa. Ma − caspita! − come ha cominciato a usare queste terapie, questo bambino si è trasformato ed è diventato bellissimo. Fu così che con suor Rosaria ci rendemmo conto che questi bambini non morivano affatto! E se non muoiono qualcosa devono fare. Così abbiamo costruito il primo asilo all’interno del villaggio perché potessero almeno anche giocare.
Un’associazione spagnola Manos unidas ci finanziò il primo asilo. Ma questi bambini crescevano ancora e, quindi, diventando più di 80, abbiamo pensato che potessero anche studiare, fare le scuole primarie (elementari e medie). Solo che, con la paura che si era instaurata, sarebbe stato impossibile farli girare e fargli frequentare le scuole di Stato, che poi allora erano senza porte, con tanta polvere, per cui i bambini potevano ammalarsi facilmente.
Allora abbiamo pensato di fare una scuola nel Villaggio e che fosse aperta a tutti i bambini. Pensavamo però che forse non sarebbero venuti in molti da fuori, sapendo che c’erano anche i bambini malati. Ma ci ritornava sempre in mente la favoletta: noi facciamo quello che possiamo fare, poi se il Signore ci dà una mano lo facciamo, se non ce la dà non lo facciamo! Così ricontattammo l’associazione spagnola esprimendo il nostro desiderio di voler rompere lo stigma che le persone ammalate non potessero vivere assieme alle sane. Era un messaggio molto importante per la gente. Così tra loro e altri benefattori abbiamo potuto costruire la scuola primaria. Poi, una volta fatta questa, i bambini crescevano ancora e si iscrivevano anche molti bambini sani. Oggi abbiamo una scuola in cui di 800 bambini solo 80 sono del Villaggio. La richiesta è enorme, anche perché le nostre scuole sono molto quotate, avendo lavorato molto per la formazione degli insegnanti.

Se i bambini continuavano a crescere, poi si è posto il problema anche delle scuole secondarie?
Esattamente, abbiamo dovuto aprire anche queste e naturalmente i bambini sono diventati giovanotti e alcuni sono andati all’università, altri hanno preso le lauree brevi, alcuni lavorano proprio nel Villaggio, alcuni sono insegnanti, altri lavorano nel laboratorio analisi, alcuni sono infermieri, altri lavorano nel panificio, o nella stalla, uno è un veterinario, uno è ingegnere civile ecc. Parecchi di loro si sono sposati, hanno i bambini e questi loro figli sono anche sani, perché se si usano bene le terapie, il virus non si trasmette con una carica virale bassa. Abbiamo realizzato anche delle case fuori il Villaggio, perché possano vivere con le loro famiglie e poi magari lavorare all’interno. Per quanto riguarda la scuola secondaria, il governo ci aveva riconosciuto e dato l’autorizzazione
fino al sesto superiore, ovvero fino all’ultimo anno prima dell’università, ma noi avevamo realizzato i laboratori solo fino al quarto superiore, non sapendo se saremmo arrivati fino al sesto, perché tutte queste opere sono nate per delle necessità, non è che c’erano dei progetti a monte.
Ora il governo in via eccezionale ci ha permesso di fare anche il quinto e sesto anno della scuola, ma con l’impegno di realizzare gli altri laboratori, perché altrimenti non potranno rinnovarci il permesso per gli ultimi due anni della scuola superiore.
Così per il 20° anniversario abbiamo pensato a questo progetto: creare i laboratori per le classi del 5° e 6° superiore. Lo scorso 17 agosto 2022, alla presenza del vescovo, del ministro e di altre autorità tanzaniane, abbiamo posto la prima pietra e ringraziamo anche i Missionari del Preziosissimo Sangue per il vostro grande contributo e anche gli altri benefattori e volontari che in questi anni ci hanno sempre aiutato.

Ecco, don Vincenzo, questo è stato l’impegno circa l’istruzione ed invece per la parte medica?
Anche su questo sono nate altre opere…
Certo, perché a un certo punto oltre che curare i bambini, ci siamo detti: “Caspita, se noi curassimo le famiglie che stanno all’esterno, i loro papà e mamme fuori, questi bambini non rimangono orfani”.
Così abbiamo parlato con le istituzioni. La seconda parte del progetto fu così la cura dei genitori. Poi nel 2005 alcuni medici italiani che vennero a trovarci ci dissero: “Ma perché non curate le donne in gravidanza? Se lo fate, i bambini nasceranno sani”. Così ecco la terza richiesta al governo: dopo i bambini dentro, i genitori fuori, ora anche le donne in gravidanza, incinte al quarto mese. Poi dopo che il G8 di Genova del 2001 decise che le grandi potenze avrebbero dato le terapie gratis ad alcuni paesi, tra cui la Tanzania, finalmente nel 2006 il governo tanzaniano ha accettato di ricevere questi aiuti. Dal 2007 fu incluso tra i centri che potevano dare queste terapie anche il nostro Villaggio. Non abbiamo più avuto bisogno del servizio della farmacia di Dar es Salaam. In questo momento più di 4500 malati di Aids sono curati nel nostro Health Center. Gli Stati Uniti hanno elaborato un grande piano, con un sistema tutto informatizzato, in cui tutti i malati sono registrati con anche il loro piano terapeutico. Con tre mesi di anticipo ci arrivano le terapie. Bisogna ringraziare gli Stati Uniti perché hanno speso veramente tanto e ci stanno dando questo grande aiuto. Bisogna certo far capire ai malati di essere fedeli alle terapie. I malati ci sono ancora, proprio perché non muoiono più, grazie a Dio. Inoltre anche se il numero aumenta, la crescita però è sempre minore rispetto a prima.

Don Vincenzo, da Missionario del Preziosissimo Sangue, come ti ha aiutato in tutto questo la nostra spiritualità?
Abbiamo vissuto questa spiritualità nella pratica. Questi bambini non hanno nessuno che grida per loro. Ecco il famoso “sangue che grida”, quello delle persone che non hanno voce. Questo è ciò che abbiamo sempre ripetuto con suor Rosaria.
Noi dobbiamo farci voce di quelli che non hanno voce. In modo assoluto lo erano questi bambini, ma poi anche i genitori e tutti gli ammalati che dovevano come scomparire. Il nostro centro per malati di Aids è il secondo nella capitale di Dodoma dopo il grande ospedale civile. Ma spesso la gente preferisce venire da noi, proprio per la maggiore privacy rispetto all’ospedale. Ci siamo fatti voce di coloro che non avevano voce! Ecco, in fondo, la nostra spiritualità. Questi bambini non hanno nessuna colpa, perché devono morire, mentre altri stessi bambini, con la stessa malattia, in Occidente possono avere una vita. Noi abbiamo dato la disponibilità al Signore, per un bambino o due o tre… ma poi ecco che il Signore ha fatto tutto il resto. Noi abbiamo detto “sì” e poi ha fatto tutto Lui. Non è umanamente possibile quello che è stato realizzato.
La prima donazione è stata un semplice timbro. Perché volevamo un timbro per il Villaggio che fosse carino. Ma non avevamo neanche 100 dollari per comprarlo.
Così il venditore ci disse: “Se cominciate un progetto senza soldi in tasca, e lo fate, allora è un’opera di Dio. Questa è la vostra prima donazione. Prendete questo timbro e andate!”. Aveva ragione, è così.

Un’ultima domanda. Il vostro centro si caratterizza per la bellezza e la cura, anche dei dettagli, e poi per la bellissima collaborazione tra suor Rosaria, Adoratrice e te, Missionario. È proprio vero come si legge in un cartello del Villaggio: “quando si sogna da soli, è solo un sogno; quando si sogna insieme, è la realtà che comincia!”?
La bellezza del centro è frutto soprattutto della cura di suor Rosaria. Il “bello” è importante, perché aiuta davvero ad avere speranza per il futuro. Dare speranza e far vedere che c’è speranza è ciò che aiuta di più, perché questi bambini e giovani ora vedono oltre il muro e non vivono più come dei segregati. Con suor Rosaria abbiamo fatto tante cose insieme e ora lei ha 76 anni e io 73. Ma adesso le suore tanzaniane stanno prendendo il nostro posto e questa è un’altra novità positiva perché davvero quest’opera è di Dio e come tale continua. Il Signore non torna indietro!

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