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Una spina in gola

Di Federico Maria Rossi

Estate 1999. Ero alle medie e tutti i ragazzi di Italia ballavano sulle note di 50 Special. Una canzone leggera e fresca, che ancora oggi mette in moto gambe (e ricordi) appena partono le note iniziali. Una canzone scritta e cantata da un gruppetto di adolescenti di Bologna, i Lùnapop, che è durato il tempo di un album. Ma il suo motore, la penna dietro le musiche e i testi, ha continuato, scegliendo una carriera da solista che si è rivelata brillante e proficua.

Cesare Cremonini nasce nel 1980, a Bologna, e dal 2002, anno in cui si sciolgono i Lùnapop, pubblica sette album in studio, due dal vivo e tre raccolte. Le parole dei testi raccontano gli amori, i passi, i conflitti, le paure, i ricordi, le gioie, il disagio e le speranze di un paio di generazioni del Bel Paese, nate tra la fine del Secondo Millennio e l’inizio del Terzo. Le parole dei testi scavano nelle contraddizioni di chi è nato nelle promesse di benessere degli anni Ottanta-Novanta ed è cresciuto con il crollo delle Torri Gemelle e la «guerra globale al terrorismo» nel Kashmir-Kashmir (2017), con il Mondo (2010) negli occhi e il rigore del governo Monti dopo la crisi del 2008, con la voglia di un Buon viaggio (Share the Love) (2015) in un mondo sempre più globale e meno radicato, in un mondo che oggi si affaccia su Possibili scenari (2017) da Guerra Fredda che speravamo fossero passati per sempre. Cesare Cremonini sa farsi cantore di queste tensioni contrastanti, usando melodie orecchiabili, ballabili e godibili, sulle quali cuce alcuni dei disagi che inquietano gli «under quaranta» dello Stivale.

Un manifesto di questa sua abilità è sicuramente «Nessuno vuole essere Robin», canzone uscita nel 2017 e che come poche altre racconta della solitudine che nasce dall’incomunicabilità, della solitudine esistenziale che caratterizza una generazione che vuole «dormire col cane»: in fondo, «sai quanta gente ci vive coi cani / e ci parla come agli esseri umani». In un’epoca di talk show urlati, di parole gettate su Twitter — per noia o ad arte —, di fake news su Facebook che falsano risultati elettorali, a volte è più facile rifugiarsi nel rapporto con un cane, che almeno sembra ascoltare e non pone domande difficili. Ma quanto siamo lontani da quell’aiuto «a lui simile» che il Signore crea per Adamo, perché «non è bene che l’uomo sia solo»! D’altro canto, continua Cremonini, «quel che vorrei dirti stasera è… / Non ha importanza»: sembra che anche il linguaggio abbia perso il suo valore, che quello che ci si muove dentro svapori appena provi ad essere messo in parole e alla fine ci si ritrova con «una spina in gola che mi fa male, fa male, fa male». Insomma, «fammi un’altra domanda / che non riesco a parlare». Come si fa a stare di fronte a un altro, quando faccio fatica ad esprimere perfino a me stesso quello che porto dentro?

In una lunga intervista al Corriere, Cremonini racconta di aver scritto questa canzone dopo aver avuto la prima diagnosi di schizofrenia: poter dare finalmente un volto e un nome a quel mostro che gli pesava sul petto da anni gli ha permesso di affrontarlo e di trasformarlo in parole per chi quelle parole non le ha. Per questo le sue canzoni possono essere più che «canzonette»: esprimono in modo lirico quello che molti portano dentro. E se, fortunatamente, non molti soffrono di patologie psichiatriche, è vero che, soprattutto in questi anni di pandemia, ci sentiamo un po’ «tutti più soli». Siamo «tutti col numero dieci sulla schiena, e poi sbagliamo i rigori», tesi fra la consapevolezza che valiamo e il peso di responsabilità che si sembrano troppo grandi. Eppure ci siamo. Restiamo, lottiamo, soffriamo e continuiamo a camminare. La canzone chiude così: «Come mai sono venuto stasera? / Bella domanda». Forse non abbiamo una risposta. Ma, almeno stasera, siamo qui. Siamo insieme. E se ci ricordiamo che è Cristo che ci unisce, che è Cristo che dà un senso alla Storia, allora siamo veramente insieme, siamo Chiesa. E le nostre parole, in sé povere, si riempiono del senso dell’Unico Verbo.

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Cesare Cremonini

Cesare Cremonini cuce, su melodie godibili e orecchiabili, testi in cui esprime i conflitti, i disagi, le gioie e le speranze di un paio di generazioni italiane, nate tra la fine del Secondo Millennio e l’inizio del Terzo. Dà voce ed esprime bene, soprattutto, l’incomunicabilità in cui tanti si trovano invischiati, soprattutto in questi anni in cui abbiamo vissuto le chiusure da pandemia.

Possiamo, però, ritrovarci insieme, come Chiesa, intorno all’Unico Verbo che dà voce e valore alle nostre (povere) parole.

 

(Al minuto 55:00 qui https://www.raiplay.it/video/2022/01/sanremo-2022-72-festival-della-canzone-italiana-terza-serata-del-03-02-2022-6e77b82d-7707-451d-9b57-870f8ebb0bf9.html è possibile vedere ed ascoltare uno splendido medley delle sue canzoni cantato dal vivo da Cremonini al 72* Festival di Sanremo)

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