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XIII domenica del Tempo Ordinario: l’accoglienza che genera vita

di Benedetto Labate

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Questa domenica celebriamo la XIII domenica del Tempo Ordinario e il filo conduttore che unisce le letture è l’accoglienza e il dono totale della vita, che trasforma la perdita in fecondità. Certo, si tratta di fare scelte paradossali. Per trovare la vita, bisogna avere il coraggio di “perderla”, di aprirsi all’altro e a Dio senza trattenere nulla per sé, ma è una dinamica bellissima della fede, che ci fa acquistare fiducia nell’Onnipotente. 

La donna di Sunem: l’accoglienza che rende feconda la vita 

Nella prima lettura incontriamo la donna di Sunem. È una donna facoltosa, non le manca nulla materialmente, ma la sua casa e la sua vita sono segnate da una grande sterilità: non ha figli e il marito è vecchio. Eppure, questa donna possiede una ricchezza ancora più grande dei suoi beni: lo spirito di accoglienza. 

Non si limita a offrire un pasto fugace al profeta Eliseo, ma spinge il marito a costruire una stanza per lui. Gli offre una casa, un letto, una stabilità. Questa accoglienza generosa e disinteressata rompe la sterilità della sua esistenza. Il profeta, simbolo della presenza di Dio, le fa una promessa che va oltre ogni speranza umana: ”L’anno prossimo terrai in braccio un figlio”. 

Quando facciamo spazio a Dio nella nostra vita, l’impossibile diventa possibile. L’accoglienza trasforma la nostra sterilità in fecondità. 

Perdere la vita per ritrovarla 

Nel Vangelo di Matteo, Gesù sembra usare parole dure, quasi radicali: ”Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me”. Gesù non ci sta chiedendo di non amare i nostri genitori o i nostri figli. Ci sta chiedendo dove si trova il centro di gravità del nostro cuore. 

Se mettiamo i nostri affetti umani al di sopra di tutto, rischiamo di trasformarli in idoli, in legami possessivi che ci chiudono in noi stessi. Se invece mettiamo Cristo al primo posto, il nostro modo di amare i figli, i genitori e gli amici si purifica, diventando capace di un amore autentico e libero. 

Gesù aggiunge: ”Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”. È la legge del seme: se resta chiuso in se stesso, muore solo; se si dona e si “perde” nella terra, porta molto frutto. E il Vangelo si chiude proprio con un richiamo all’accoglienza: chi accoglie il discepolo, accoglie Cristo. Perfino un gesto minuscolo, come offrire un bicchiere d’acqua fresca a un piccolo, ha un valore eterno. Niente va perduto agli occhi di Dio quando è fatto per amore. 

Il Battesimo: vivere da risorti con Cristo 

San Paolo, nella lettera ai Romani, ci spiega il fondamento teologico di tutto questo. Come possiamo accogliere così profondamente e “perdere” la nostra vita per Cristo? Lo possiamo fare perché lo abbiamo già vissuto nel Battesimo. 

Paolo ci ricorda che siamo stati sepolti con Cristo nella morte per risorgere con Lui. La vita cristiana non è un semplice sforzo morale, ma è la partecipazione a una vita nuova. Considerarsi ”morti al peccato, ma viventi per Dio” significa smettere di vivere egoisticamente per se stessi e iniziare a vivere con lo stile di Gesù: uno stile fatto di dono, di accoglienza, di croce che fiorisce in risurrezione. 

E allora, come la sunamita, chiediamoci se nella nostra quotidianità, così piena di impegni, c’è una “stanza in muratura” – un tempo di silenzio, di preghiera, di ascolto – riservata esclusivamente a Dio. In questa “stanza”, il Signore ci aiuterà a comprendere che non servono gesti eroici per evangelizzare. L’amore di Dio si manifesta nelle piccole attenzioni quotidiane: saper ascoltare chi è solo, accogliere chi bussa alla nostra porta, fare un sorriso a chi è stanco. 

E non dobbiamo aver paura di perdere qualcosa del nostro tempo o delle nostre sicurezze, per amore di Cristo e dei fratelli. È proprio in quella “perdita” che scopriremo la vera gioia e la vera fecondità. 

Chiediamo al Signore la grazia di un cuore accogliente e generoso, capace di scommettere tutto su di Lui, per camminare da risorti, ogni giorno, in una vita nuova. 

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