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Dune – parte2 e Sound of Freedom – Il canto della libertà

di Alberto Celani

Cinema

Dune – Parte due

Regia di D. Villeneuve, con T. Chalamet, Zendaya, R. Ferguson.

Si ritorna su Arrakis, il pianeta delle dune e della preziosa spezia (la sostanza più remunerativa dell’universo). Casa Atreides sembra essere stata decimata ma, tra i ribelli Fremen con la bellissima e pericolosa Chani, si nasconde Paul Atreides e sua madre, la potente Lady Jessica. Inizia la fase del riscatto, la fase della guerra: come sarà condotta? Sullo scontro tattico o sul fanatismo religioso? Questo sarà il tema centrale dell’opera! Herbert scrisse questo romanzo come critica alle figure carismatiche e alle religioni che, per lui, portano solo morte e distruzione: ancora vi chiedete come potrebbe andare a finire?

Non esiste nessuno (o quasi) come Denis Villeneuve, un regista così poliedrico, così perfezionista, così visionario, così intelligente che davvero non si può non apprezzare ogni suo sforzo artistico. Questo film è un successo annunciato: scenografie da urlo, grande storia e grande cast, colonna sonora pazzesca. Ovvio che sia entusiasta di questa visione, ma devo dire meno rispetto al primo film: avevo preferito la costruzione di questo mondo e le sue complesse regole che la battaglia con il suo pessimismo cosmico sull’animo umano al di là delle buone intenzioni (credo di essere uno dei pochi ad aver preferito il prologo all’epilogo). Faccio notare una cosa: la critica alla fede e alla sua strumentalizzazione resta intatta come nel romanzo (è normale, è anche un argomento dei giorni nostri no?) ma altre cose sono del tutto cambiate perché non più politicamente corrette (intendo la genesi del personaggio del barone Harkonnen, cosa che l’attore stesso ha definito non rilevante).
Epicità e crudeltà!

Voto CinemaScopio: 8-

Sound of Freedom – Il canto della libertà

di A. Monteverde, con J. Caviezel, B. Camp, M. Sorvino.

Tim Ballard è un agente federale che si occupa della caccia ai pedofili, lavoro necessario ma che arriva sempre e solo a punire e mai a salvare. Per una volta, trovandosi nella possibilità di salvare due bambini honduregni rapiti per il traffico di esseri umani, Tim non ci pensa due volte: lascia il lavoro da detective e si dedica corpo e anima a questa operazione disperata, assurda e pericolosa in terra colombiana.
Film evento negli Stati Uniti, prodotto e distribuito dalla Angel Studios che sta dietro anche alla serie tv The Chosen. Un prodotto bistrattato o osannato in maniera eccessivamente polarizzata, alla fine si tratta di un film appena sufficiente come stile e sceneggiatura, ma su una storia che gridava di essere raccontata!

Il giudizio sul film si risolve facile: sembra uno di quei film per la tv (e non per il cinema) che si vedono volentieri e che magari ti mettono una gran curiosità su una questione importante. Se questa è la pretesa si tratta di un buon film, ma non è così semplice e qui si mette di mezzo la politica americana. Il film era stato inizialmente prodotto dalla 20th Century Fox (uno dei colossi) poi acquisita dalla Disney che si è rifiutata di distribuirlo dopo che era già stato ultimato. A questo punto entra Angel Studios, fondata dai mormoni ma che produce molte cose relative alla fede o comunque aperte a una visione teista della vita. Da qui inizia la rappresentazione: «ecco il film che non ci volevano far vedere», cosa che di fatto è anche parzialmente vera (non rispecchiava i valori Disney) ma che, se posta al centro in questo modo, diventa fuorviante nell’altro senso. A me resta la storia: storia vera (ovviamente romanzata in alcuni punti), restano i bambini vittime del mercato del sesso e apprezzo inoltre il fatto di restare pudici nel mostrare questa realtà disgustosa. Buon Jim Caviezel, il Gesù della Passione di Cristo, sembra sempre che sia il Signore a guardarci tanto quel ruolo resterà iconico. Tuttavia, ci sono cose che davvero non apprezzo: noi credenti (cristiani, mormoni, chiunque siamo) non possiamo giocare a questo gioco dei film “solo per noi”, film fatti poi in una maniera subdola perché si capisce che Tim Ballard è un uomo di fede ma mai si dice quale essa sia (così da non offendere nessuno), ma allora anche noi così entriamo in quel politicamente corretto odierno che glorifica l’indefinito per non definire mai nessuno e non escludere nessuno. Il protagonista è cattolico, musulmano, testimone di Geova, questa sua fede è centrale per la sua storia? Allora fammelo vedere, fammi entrare nella fede di questi personaggi. Non ci si può limitare a frasi scollegate: «i figli di Dio non sono in vendita». bellissimo, vero, ma da dove sbuca? È un uomo di fede che parla, è un uomo in ricerca, hai costruito bene questa sua spiritualità? No, viene buttato lì perché noi persone di fede ci sentiamo minoranza che vuole essere riconosciuta in un mondo secolare e allora diciamo “non sono solo” e facciamo circoli chiusi (come si è fatto in America) per vedere il film “vietato dal pensiero dominante e che ci hanno voluto rubare”. Noi siamo già minoranza, ma non possiamo esserlo alla maniera degli altri, noi non cerchiamo riflettori ma siamo interessanti perché abbiamo una bussola, il Vangelo. Essere minoranza non può farci paura. Tolta la politica (film che alcuni hanno visto da 3 e altri da 10 e lode), per me è una pellicola con buon ritmo, con una storia potente. Bastava solo caratterizzare meglio i personaggi nella storia e non fuori dalla storia con la politica. Consigliato di certo, perché di queste cose (è vero) non ne parla nessuno!

Voto CinemaScopio: 6

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