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Quando il Papa cercò rifugio. Pio IX a Gaeta tra esilio, custodia e missione

di Stefano di Tondo

Dalla fuga del 1848 alla protezione dei più vulnerabili: una lettura storico-missionaria per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2026

Che cosa significa davvero mettere al sicuro una persona? La domanda non riguarda soltanto il passaggio da un luogo pericoloso a uno protetto. Ogni fuga spezza consuetudini, affetti, lavoro, appartenenze; ogni approdo porta con sé il bisogno di ricomporre una storia. Per questo la protezione non può arrestarsi alla soglia dell’emergenza. Deve diventare riconoscimento, relazione e possibilità di futuro. Il messaggio scelto per la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, «Anche uno solo di questi bambini» (cfr. Mt 18,10), concentra lo sguardo su chi rischia di scomparire dietro numeri e categorie. L’espressione evangelica affida alla coscienza un criterio preciso: nessuna risposta può dirsi adeguata se lascia indietro il più piccolo. Nella stessa direzione si colloca l’appello dell’UNHCR, Until Everyone is Safe: la sicurezza comune rimane incompiuta finché una persona è esposta a violenza, sfruttamento o abbandono.

Un’autorità divenuta vulnerabile

La storia offre talvolta immagini capaci di incrinare le nostre sicurezze. Nel novembre 1848 Pio IX, sovrano dello Stato Pontificio e guida della Chiesa cattolica, fu costretto ad abbandonare Roma. Il 15 novembre l’assassinio del presidente del Consiglio Pellegrino Rossi aveva precipitato la città nella crisi. Il giorno seguente il Quirinale, allora residenza papale, venne assediato da una folla decisa a imporre un nuovo indirizzo politico; durante i disordini morì monsignor Giovanni Battista Palma, segretario del Papa. Isolato nei propri appartamenti e sottoposto a una pressione crescente, il Pontefice comprese di non poter più esercitare liberamente la propria funzione. Nella notte del 24 novembre uscì segretamente dal palazzo, vestito da semplice sacerdote, e si diresse verso il confine meridionale. Il giorno successivo giunse a Gaeta, dove Ferdinando II di Borbone gli offrì asilo e protezione. Il rifugio non cancellava il conflitto né restituiva subito una patria; sottraeva però Pio IX al pericolo e gli consentiva di riprendere il governo della Chiesa. A Roma, intanto, il vuoto istituzionale favorì l’avvento della Repubblica Romana, proclamata il 9 febbraio 1849 e poi guidata dal triumvirato formato da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini. Dopo l’intervento militare francese e la caduta della Repubblica nel luglio 1849, il Papa rientrò a Roma soltanto il 12 aprile 1850.

Il rifugio che restituisce una missione

L’esperienza di Gaeta permette di cogliere un aspetto spesso trascurato: la vulnerabilità non annulla la responsabilità affidata a una persona, ma può impedirle di esercitarla. Nel caso di Pio IX, la minaccia rivolta al Pontefice investiva anche la comunità ecclesiale, privata della presenza libera del proprio pastore. Offrirgli protezione significò quindi custodire una rete di relazioni e un servizio rivolto ad altri. La sicurezza ricevuta non rimase un beneficio individuale: divenne la condizione perché il ministero potesse continuare. È una dinamica valida anche nel presente. Mettere al riparo chi fugge vuol dire salvaguardare legami familiari, competenze, memoria, responsabilità e desideri che possono tornare a generare vita nella comunità ospitante.

La prossimità di don Giovanni Merlini

In quei mesi il beato Giovanni Merlini, Moderatore generale dei Missionari del Preziosissimo Sangue, raggiunse Gaeta. Il suo gesto non fu una visita di circostanza. Merlini si fece vicino a un uomo esposto all’incertezza e, proprio dentro quella condizione, seppe indicargli un orizzonte più ampio. Egli propose a Pio IX di estendere alla Chiesa universale la festa del Preziosissimo Sangue collegando l’iniziativa alla speranza del ritorno a Roma. La tradizione della Congregazione conserva la risposta del Pontefice: «Non faccio voto, ma promessa». Sono parole misurate, nelle quali la prudenza non cancella la fiducia. La presenza di Merlini aiutò Pio IX a leggere il tempo dell’esilio non come una parentesi sterile, bensì come luogo di discernimento.

Un vincolo più forte dei confini

La spiritualità trasmessa da san Gaspare del Bufalo, fondatore della Congregazione dei Missionari CPPS, a Giovanni Merlini riconosce nel Sangue di Cristo il prezzo della redenzione e il segno della nuova alleanza (cfr. 1 Pt 1,18-19). Nessuna vita, alla luce di questo mistero, può essere considerata marginale o sacrificabile. Il Sangue versato per tutti fonda una fraternità anteriore alle divisioni politiche, sociali e culturali; domanda alla comunità cristiana di tradurre la fede in responsabilità concreta. Con il decreto Redempti sumus, emanato a Gaeta il 10 agosto 1849, Pio IX estese alla Chiesa universale la festa del Preziosissimo Sangue, con la relativa Messa e l’Ufficio divino. Il tempo del rifugio produsse così un frutto destinato a superare il luogo e la circostanza da cui era nato.

Custodire il piccolo

Il richiamo evangelico a «uno solo di questi bambini» rende visibile la misura cristiana dell’accoglienza. Il bambino dipende dalla cura altrui e manifesta, senza difese, la fragilità comune a ogni essere umano. Anche il Figlio di Dio entra nella storia come un bambino affidato a Maria e Giuseppe. Minacciato da Erode, viene condotto in Egitto nella notte: la Santa Famiglia conosce la fuga, il confine e la necessità di trovare protezione. L’Incarnazione impedisce pertanto di ridurre il rifugiato a un problema da amministrare. In ogni persona costretta a partire vi sono un corpo da proteggere, affetti da ricomporre, una coscienza da rispettare e una libertà da accompagnare. La custodia integrale si prende cura di tutte queste dimensioni senza trasformare la vulnerabilità in dipendenza permanente.

Rifugiato e pellegrino

Definire Pio IX un “rifugiato” non significa sovrapporre senza distinzioni il suo caso alle attuali categorie della protezione internazionale. Significa riconoscere, nella concretezza storica, l’esperienza di chi perde la sicurezza del proprio luogo e dipende dall’accoglienza altrui. Oggi il termine conserva un preciso rilievo giuridico e indica diritti che nessuna lettura spirituale può attenuare. La figura del pellegrino designa invece un orizzonte antropologico e pastorale: ogni vita rimane in cammino e non coincide interamente con la ferita subita. Il passaggio da rifugiato a pellegrino non cancella dunque lo status né abbrevia i doveri pubblici di tutela. Esprime piuttosto il compimento dell’accoglienza, quando la persona non è più soltanto sottratta al pericolo, ma può scegliere, partecipare, offrire capacità e assumere responsabilità.

Una protezione generativa

La vicenda di Gaeta suggerisce perciò una concezione generativa della sicurezza. Pio IX, accolto e accompagnato, poté trasformare una fase di impotenza in un atto di servizio ecclesiale. La stessa logica attraversa l’opera educativa di santa Maria De Mattias, figlia spirituale del beato Merlini e fondatrice della Congregazione delle suore Adoratrici del Sangue di Cristo, rivolta alle giovani, agli orfani e a quanti restavano ai margini: assistere non bastava; occorreva restituire parola, formazione e capacità di contribuire alla vita comune. Merlini custodì una vocazione perché tornasse a servire; De Mattias accompagnò persone ferite affinché diventassero protagoniste del proprio avvenire. Il loro carisma non offre soluzioni tecniche alle migrazioni contemporanee, ma consegna un criterio: la protezione è piena quando riattiva la libertà e rende possibile la reciprocità.

Finché tutti siano al sicuro

La memoria di Pio IX a Gaeta interpella Chiesa e società. Ricorda anzitutto che la necessità di rifugio non è il segno di una colpa e può raggiungere chiunque. Mostra poi che accogliere una persona significa custodire anche i legami e i compiti affidati alla sua libertà. Indica infine il valore della prossimità: una presenza discreta, come quella di Merlini, può aiutare a riconoscere una responsabilità proprio nel tempo della prova. La sicurezza non è completa quando il confine è stato attraversato o il pericolo immediato è cessato, ma quando diventa pienamente umana, ovvero restituisce alle persone un nome, una comunità, una voce e la possibilità di prendersi cura di altri. Per questo il migrante, l’orfano e il rifugiato non sono destinatari anonimi di assistenza, ma persone affidate alla responsabilità comune. Nella logica del Vangelo la custodia di tutti comincia da uno solo: dal volto che rischia di non essere visto. Finché anche uno soltanto di questi “piccoli” resterà senza protezione, nessuno potrà considerarsi davvero al sicuro. Until Everyone is Safe.

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